Una ciliegia sul tram Di Laura vecere

Testo di Laura Vecere per la mostra di Stefano Tondo e Fabio Cresci Una ciliegia sul tram, tenutasi nel 2008 presso la Galleria Il Ponte, Frenze

Una ciliegia sul tram
Di Laura vecere

Qual è il senso di una domanda? Qual è il suo vero fine?
C’è la domanda che esige una risposta, e quella che non ne ha nessuna oppure ne ha molteplici,tutte plausibili. Il suo scopo è rimanere aperta. Come un sasso gettato nell’acqua, la domanda allora provoca un’onda concentrica di vibrazioni che si allarga lontano e in profondità. Apre un varco, mette in comunicazione realtà diverse e persino antitetiche, crea un “terreno comune”.
Non è uno strumento strategico che si avvale di un luogo che può essere circoscritto come proprio e fungere da base a una gestione dei rapporti con un’esteriorità distinta,1 per prevedere le mosse di un interlocutore e batterlo conquistandone i territori. Il suo scopo non è cogliere un oggetto da possedere ma è generare. Si muove da un non-sapere. L’impossibilità di trovare la risposta (una soluzione logica) induce una trascendenza, ovvero lo spostamento dell’asse su cui poggia la costruzione di un io raziocinante, e con esso dei limiti legati alle posizioni antinomiche di soggetto/oggetto, conoscente/conosciuto, possedente/posseduto. La domanda sospinge verso un altrove, genera un’origine non ha una meta prestabilita, segna la nascita di un vagabondaggio, la partenza per un viaggio. È l’inizio di una narrazione che transita libera, che attraversa e supera i confini prestabiliti.

Realtà sui generis e “singolare anomalia“, germogliata in un borgo medievale, la Comunità di Rondine ospita un gruppo di studenti provenienti dalle aree di conflitto del pianeta a cominciare dai paesi dell’ex Unione Sovietica, fino alla Sierra Leone e l’Irlanda.
La salita che porta al borgo è costeggiata da una teoria di bandiere multicolori, proprio come quelle che stanno sugli ingressi degli hotel di lusso, ma queste appartengono per lo più a nazioni poco conosciute. Con le loro“allegre” insegne multicolori, le bandiere indicano le provenienze dei residenti del borgo, rappresentano i confini delle nuove identità nazionali che continuano a riscrivere le mappe politiche del mondo. Ex confinanti, spesso nemici,vivono insieme per la durata dei loro studi, si incontrano, hanno l’opportunità di conoscersi su un terreno neutrale. L’anomalia del raggruppamento è palese, ed è proporzionale all’ alto potenziale dinamico interno.
Approcciare con un progetto artistico questo mosaico etnico/giovanile/conflittuale ha indotto Fabio Cresci, Stefano Tondo e chi scrive a sospendere tutte le procedure conosciute, a rinunciare all’idea di usare Rondine e i suoi abitanti quale laboratorio interattivo per stimolare creatività estemporanee, come ad assumere il compito di farci interpreti di un gruppo sociale, in quanto inadeguati, perché privi di strumenti di indagine e di griglie interpretative di tipo “scientifico”.

È stata offerta allora solo una domanda.
Ma la terra di chi è?
La questione, formulata in modo tanto elementare quanto enigmatico, è stata posta da Fabio Cresci, ma è più esatto dire attraverso di lui, ai giovani interlocutori di Rondine.
Un interrogativo assoluto, inquietante, “provocatorio”, una miccia gettata in una polveriera. Poteva essere ignorata, (e alcuni l’hanno fatto allontanandosi), o accolta. In questo secondo caso ha avuto l’effetto di mettere in vibrazione una sonda interna e creare qualche incrinatura nel sentimento, fin troppo radicato in ogni essere umano, d’orgoglio patriottico e di amore dei sacri limiti nazionali: le sventolanti bandiere lungo il parapetto del muretto di Rondine.
Ma la terra di chi è? non si proponeva di generare una risposta negli stessi termini in cui si trova la soluzione di un problema, quanto piuttosto portare il dilemma fino al suo limite estremo: l’implicita impossibilità di un possesso: la Terra. Il suo primo effetto è stato quello di provocare una gamma embricata di contro-interrogativi che, al pari della matrice di partenza, erano tutti senza soluzione. La natura sopraindividuale del quesito (anche auto-rivolto) ha dato luogo ad un incipit all’insegna di un coinvolgimento alla pari tra interrogante e interrogato. Hanno fatto seguito una serie d’incontri fatti di momenti d’intesa e tuttavia attraversati da naturali fraintendimenti dovuti alla difficoltà di cogliere il possibile terreno comune di dialogo tra un “noi” e un “loro”. E cioè riconoscere, nel clima di de-localizzazione e di emarginazione generalizzata che connota la “civiltà” contemporanea, la condivisione della condizione di estraneità a “questo stato di cose”(secondo un’espressione di Fabio Cresci) rispetto all’estraneità rivendicata dallo straniero, gli abitanti di Rondine, come sua incontestabile ed esclusiva realtà. Un terreno problematico che non è stato di certo aggirato dalla temerarietà dell’interrogativo.
E anche se la convivenza di persone provenienti da territori nemici poteva indurre a vagheggiare un’idea di pacificazione attutendo le differenze, Ma la terra di chi è? ha creato l’occasione di ricondurre in primo piano quel delicato equilibrio relazione/conflitto che articola/separa individuo e gruppo sociale quale primo fronte di lotta tra ricerca personale e idolatria comunitaria, collettiva, nazionale.

La “mostra” (termine in questo caso, decisamente improprio) costruita a quattro mani da Fabio Cresci e Stefano Tondo, è testimonianza, interpretazione, figurazione, effetto di questa relazione esperita come “luogo problematico”, nel tentativo di uno spostamento del limite. Anche sul piano artistico i differenti contributi di Cresci e di Tondo, elaborati separatamente e con modalità autonome, una volta portati allo stato di esplicitazione formale, si sono rivelati dotati di una forte carica attrattiva complementare ma non certo per i mezzi rappresentativi messi in opera. Al contrario si può dire che sia proprio la differenziazione funzionale di tutti i segni presenti nella galleria a creare un corpo unitario, senza per questo indurre una lettura univoca. Lettura che, da quanto premesso, non appoggiandosi ad una struttura narrativa consequenziale, procede per agglutinamenti, flussi e, talvolta, per “capillarità”, indica l’esistenza di una struttura portante latente che lega il tutto, come la trama di un tappeto.
In mostra permane la domanda, che risuona nella stanza ipogea. Permangono le bandiere, una volta ala al muretto di Rondine ed ora sparpagliate e aggrovigliate sul pavimento della galleria: negano quanto prima affermavano. Le bandiere sono precedute all’ingresso da segni che testimoniano un luogo sovra-territoriale, l’altrove verso cui muove la domanda iniziale o altrimenti il “regno” (Cresci) che non può essere identificato con questa o quella nazione o stato, vale a dire non ha luogo, è atopos. Un’asta bianca si impone con la sua verticalità di scettro innalzato sopra un tappeto di grigia cellulosa (fatta da quotidiani macerati in acqua) su cui sono disseminati i simboli quasi irriconoscibili delle grandi religioni del mondo. Il regno è, similmente alla domanda, la meta sconosciuta che cammina affianco al viaggiatore[…]o lo attende alle spalle[…]In realtà egli l’ha in sé da sempre e viaggia verso il centro immobile della sua vita. 2
In mostra permangono le storie dei singoli individui separate dalle immagini dei narratori. Le voci fluiscono libere senza più appartenenza, si dilatano diffuse nello spazio da piccoli altoparlanti, invitano all’ascolto. Solo un volto. Una silenziosa presenza femminile è proiettata in un video, sta ad occhi chiusi, un sorriso appena accennato fuori del tempo (Tondo).
Infine i tratti identitari degli Alen, Carlo, Zurap, Roai… i loro gesti e atteggiamenti mentre parliamo insieme, sono fermati in “still da video” in una sezione separata della mostra, obbedendo alla necessità di documentare “archiviando” l’accaduto.

Per quanto riguarda chi scrive, durante tutto il tempo in cui si è prolungata la nostra esperienza, si sono sovrapposte le letture di Pasternak, di Nadesda Mandel’stam, di Cristina Campo, di Ellemire Zolla… da cui emergevano curiose assonanze e parallelismi imprevisti con quando andava accadendo, proprio in virtù di quel curioso gioco di rinvii indotti dagli “incontri” letterari, che creano vaporosi viluppi di percorsi intrecciati, segnano dei crocevia dove prima o poi si passerà, dove le storie e le vite trascorrono l’una dall’altra. Si percorrono sempre altre vite mentre si sta tracciando la propria. L’itinerario è comunque indefinito ed è in questo luogo in-definizione che si innesta anche la nostra narrazione di questo incontro. La visione verticale-orizzontale o arborescente del tracciato del viaggio è strutturale prima ancora che metaforica.
Il titolo Ciliegia sul tram (espressione tratta da un verso del poeta russo Osip Mandel’stam ucciso da Stalin a causa dell’ironia di una poesia a lui indirizzata) ci è sembrato un titolo adatto perché epifania di bellezza, fragilità e splendore della vita, nel suo improbabile manifestarsi anche là dove sembra impossibile. L’eroico esercizio quotidiano è saperne riconoscere e avvertirne la dolcezza nella confusione e nel pericolo estremo, proprio come nella storia zen dell’uomo in fuga dalla tigre che sospeso ad un ramo sull’abisso, vede una fragola matura e la mangia. La Ciliegia sul tram vuole essere l’immagine di questa esperienza del limite piuttosto che il limite di un’esperienza.

Laura Vecere
8-01-2008

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