Senza di Giuliano Serafini

Estratto dal testo di Giuliano Serafini scritto in occasione della collettiva Senza, tenutasi nel 2015 presso la Galleria C2 Contemporanea, Firenze

Senza
di Giuliano Serafini

“Senza” è preposizione che non può essere privata del sostantivo referente. Ma se, come scrive Nietzsche, la volontà si afferma negandosi, sapremo dare un senso a quella parola orfana. E riconoscere che anche la creazione può manifestarsi dove la si nasconde o, appunto, la si nega.

E’ in questa ablazione del corpo reale dell’opera che va letto l’intervento (virtualmente) congiunto di Raffaele Di Vaia, Franco Menicagli e Stefano Tondo. Quasi una variazione surplace di un testo preesistente – il lavoro già fatto – quando cioè l’opera è in grado di rivelare il suo destino mutante, ma anche il vizio di sfuggire a chi l’ha pensata e voluta. Come dire che per l’opera non ci sono punti di arrivo, e l’artista lo sa, anche se non vorrebbe.
L’imperativo faustiano che se pur inconfessato resta la tentazione di ogni processo creativo, deve fare insomma i conti con quanto di scettico e relativistico informa la filosofia estetica del dopo post-postmoderno: quando, secondo le profezie di guru laici e confessionali, ci sarà spazio solo per lo spirituale. Come peraltro, ed è Baudrillard ad auspicarlo, spirituale dovrà essere il XXI secolo se vorrà sopravvivere a se stesso. Che è condizione tanto inevitabile e fatalistica da farci adottare in surrogato ( a titolo consolatorio?) la spiritualità analogica delle tecnoscienze informatiche.

Il lavoro dei sodali di Senza consiste dunque in una comune scorporazione o ”smontaggio” degli elementi strutturali dell’opera e in un loro transfert entro una diversa sfera sensoriale; là dove la percezione diventerà esperienza avventurosa e aleatoria.
Per tutti e tre si tratta in sostanza di una rilettura critica del “testo” di cui dicevo, e dunque di una distanza che si è voluto mettere tra sé e l’opera, quasi a recuperare segni e significati che la prima stesura non aveva previsto o valutato. Ma si tratta anche di una sorta di prova d’appello per un’idea incompiuta e perfettibile, di un allargamento del potenziale fenomenico di quanto si è creato. In altre parole l’opera potrà scomparire e rivelare il suo alter ego auratico, allo stato di elisir, di essenza, di seme.

L’occhio non può vedere se stesso. Guardandosi allo specchio, Dioniso non percepisce la propria immagine, ma il mondo intorno a sé. Paradigma dell’arte di tutti i tempi, l’autoritratto non è mai rivelazione d’identità, al contrario: è interrogativo permanente rivolto a un “altro” che non ha da restituirci che la propria immagine. E la domanda è una sola: chi guarda chi?
Facendosi in qualche modo interprete dello slogan maledetto di Rimbaud – “Io è un altro” – Stefano Tondo mette in scena l’enigma che comporta la conoscenza di sé e il fallimento dei tentativi che vorrebbero scioglierlo. In questo senso il titolo del suo lavoro, Autoritratto allo specchio, suona come una provocazione, dato che tutto è già negato in partenza, che cioè nessun ritratto sarà possibile e che quello che vediamo è solo una tautologia. E l’opera si trova a rischio di annullamento, incapace di esprime altro da sé.
Specchio improprio, il video può solo rappresentare questa impasse che il soggetto trova sulla sua strada, eludere la funzione che gli è attribuita per procura. L’Io proibito all’artista cerca allora una via d’uscita dalla trappola in cui è costretto, guarda fuori di sé, a una diversità interlocutrice che lo rassicuri della sua stessa esistenza. A farlo sarà la nostra immagine riflessa sul diaframma trasparente che l’artista ha posto di fronte al video e che può confermargli: “Tu sei quello che sto vedendo”.

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